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Lunedì 18 Agosto 2008

PECHINO - L’onore del canottaggio lo salvano un capovoga di lungo corso, un veterano di ritorno, un futuro papà e un esordiente di Sabaudia. E’ un argento, uno e basta, ma serve a tenere in piedi un movimento che per una ventina d’anni non ha fallito un colpo e che da Atene (tre bronzi) in avanti paga la globalizzazione, la concorrenza feroce: 12 paesi si sono divisi qui a Pechino i 14 ori totali, c’è anche il primo della Cina, al femminile. Il quattro di coppia formato da Simone Raineri, Rossano Galtarossa, Luca Agamennoni e Simone Venier si è dovuto piegare solo alla Polonia, scappata via in partenza e presto irragiungibile, ma è riuscito a tener testa a Francia e Australia che, battagliando per il bronzo, si avvicinavano sprintando forsennatamente.
Non male comunque per un equipaggio costruito in aprile, quando i più giovani Luca e Simone, che ai mondiali avevano brillato nel doppio, hanno aggiunto potenza e gioventù all’esperienza dei loro compagni: Raineri, oro di Sydney, e Galtarossa, alla quinta finale olimpica consecutiva, un oro e due bronzi già nella bacheca di casa. Rossano ha 36 anni e la vetrina gli capita puntualmente ogni quattro anni: aveva smesso, poi ha deciso di rimettersi in ballo a inizio 2007, si è fatto perfino un Palio delle repubbliche marinare per riprovare l’ebbrezza ma soprattutto è riuscito a trovare nella sua Padova un pool di sponsor che gli hanno confezionato questo “progetto Pechino”, aiutandolo a superare i problemi logistici, visto che lui non fa parte di gruppi militari. «Guardavo le gare degli altri e fremevo per essere là. Non mi sono mai sentito un ex atleta, il problema è stato convincere mia moglie Elisa. E’ andata: abbiamo sofferto già in semifinale, perché la competitività è enorme. E per prenderci questa medaglia, specie dopo che Elia Luini e Marcello Miani erano finiti solo quarti nel doppio, ci abbiamo messo in più l’orgoglio e la rabbia. Noi non siamo calciatori, speriamo ci detassino i premi. Ci sorbiamo tredici allenamenti alla settimana, remiamo dai 30 ai 45 chilometri al giorno per 350 giorni l’anno. Ma il canottaggio si ritrova fuori da qualsiasi palinsesto tv, i mondiali li mandano all’una e mezza di notte, non ci siamo neanche nei resoconti di fine anno, pur vincendo in campo internazionale. Ma qualche nostra immagine spettacolare perché non la fanno passare? Poi dicono che mancano i ricambi: questo è uno sport di sacrificio, se se ne parla ogni quattro anni addio. Non so se continuerò a gareggiare, non si può fare come passatempo. Ecco, vorrei provare altre esperienze». «A gennaio nascerà mio figlio - aggiunge Luca Agamennoni, livornese, l’“energia esagerata” del quartetto - spero sia maschio, così gli farò fare il calciatore e porterà a casa dei soldi. Ma io continuo, dopo il bronzo ad Atene ho cambiato perfino specialità per essere qui a lottare». «Questo sport non lo fai per i soldi o per questo briciolo di popolarità - è invece lo spot del capovoga Raineri, finanziere come i suoi due compagni più giovani - Lo fai per confrontarti con te stesso, per sentirti libero. E’ uno stile di vita. Abbiamo cambiato tre direttori tecnici in un quadriennio (da Giuseppe La Mura a Giuseppe De Capua, ad Andrea Coppola, ex allenatore del Posillipo, ndr) e se noi soli siamo saliti sul podio, sono gli altri che devono farsi un esame di coscienza. Ormai, a questi livelli, pagano solo entusiasmo, programmazione e lavoro».
Simone Venier festeggerà i suoi 24 anni con una medaglia insperata: «Mai salito sul podio a livello internazionale se non come junior o under 23. Vivo vicino Sabaudia, mio padre è stato allenatore delle Fiamme Gialle e io ho fatto tutta la trafila dalle giovanili. Eravamo 14 all’inizio nel mio gruppo, sono rimasto solo io. Perché è uno sport duro, il canottaggio, fatto di rinunce e di fatica. Abito in campagna, mi piacciono le cose semplici, andare a caccia più che altro per stare all’aria aperta. Ma l’emozione più bella è vogare in libertà, sentire solo il vento che smuove le foglie, nel silenzio più totale. Lo so che può sembrare una romanticheria stupida ma sono fatto così. Adesso per esempio non ho ancora riacceso il cellulare, mi godo il momento, so che mi aspettano per festeggiare, la mia famiglia, la mia ragazza Jessica, lei non rema ma gioca a pallavolo. Ora ho coronato un sogno, posso dire “ho fatto una cosa non da tutti”. Neanche sportivi più famosi di me possono arrivare fin qui». 

di Vincenzo CERRACCHIO

TOLENTINO - La città di Tolentino ha un motivo in più per applaudire la performance di Luca Agamennoni, nel canottaggio quattro di coppia pesi leggeri, alle olimpiadi di Pechino. Il livornese di origini tolentinati, ieri ha conquistato la medaglia d'argento insieme a Simone Venier, Rossano Galtarossa e Simone Ranieri. In finale sono stati battuti da una grandissima Polonia. Una medaglia pesantissima considerando il valore tecnico della disciplina. Una bella soddisfazione per l’armo azzurro e per il “nostro” Luca, 28 anni compiuti lo scorso 8 agosto. Luca, che dovette lasciare la sua città per praticare la disciplina del canottaggio nella società livornese del gruppo sportivo vigili del fuoco “Corrado Tomei” agli inizi del 2000, torna spesso a Tolentino per trascorrere del tempo con i genitori. E' stato anche più volte in Municipio dal sindaco per ricevere le congratulazioni per le tante vittorie ottenute. Luca nel 2001, al suo esordio assoluto, al campionato del mondo conquistò la medaglia di bronzo, alle Olimpiadi di Atene del 2004 il terzo posto come componente dell'equipaggio del quattro. A Gifu, nel 2005 ha ottenuto un altro bronzo ai campionati del mondo in coppia con Dario Lari. E' stato sette volte campione italiano e dal 2002 è tesserato per il gruppo nautico delle Fiamme Gialle.

di Carla PASSACANTANDO

 
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